Il lavoro dipendente è malato

 

Che il lavoro dipendente fossa malato si sapeva… Ma vi siete mai posti il dubbio che ad essere malato possa essere il lavoratore?

Il lavoratore dipendente è malato

Questa illuminazione mi apparve ben chiara una domenica pomeriggio. Già solo parlare di domenica pomeriggio fa rabbrividire quasi tutte le persone perché tutti sanno la sensazione che si inizia a provare circa dalle 16 quando ci si sente schiacciati dall’incombenza del lunedì.

Non quel giorno!

Quella domenica non mi accadde. Quella domenica passai una giornata bellissima e spensierata dalla mattina fino alla sera. Come feci? Semplice, sapevo che il giorno dopo non sarei andato a lavorare! Era arrivato il mio turno di donare il sangue.
La mattina, mentre camminavo verso l’ospedale, iniziai a scrivere ai miei amici di questa sensazione e di come, forse, fosse più bello avere più lavori meno impegnativi di modo magari da poterli turnare dando più spazio a quello che ci aggrada di più in quel dato momento della nostra vita.

Il sapere poi di avere tanti piccoli pezzi che concorrono a formare il nostro introito mensile ci permetterebbe di essere molto più liberi e tranquilli nel qual caso un rapporto si chiuda (per volere nostro o dei datori), piuttosto che avere un introito unico dal quale dipendiamo al 100%.

Purtroppo non ricevetti grandi soddisfazioni a riguardo, con risposte del tipo “eh ma poi ogni mese non sai mai quanto guadagni” “eh ma le ferie pagate” “eh ma la malattia” “eh ma vuoi mettere la tranquillità di avere un posto fisso?”.

Non un solo “ma il mio lavoro mi piace, perché cambiarlo?”. Solo risposte che sembravano molto un dito dietro al quale nascondersi per non vedere il disagio, l’ansia e l’insoddisfazione che ci provocano le nostre tranquille, care e sicure scrivanie.

Quindi è solo colpa nostra?

Non direttamente, è “colpa” delle generazioni prima delle nostre le quali trovavano un posto fisso, se lo facevano andare bene, ci stavano 10-20 anni e poi tutti in pensione allegramente, tanto c’è il boom, chissene!

Anzi, sapete cosa? Si, è colpa nostra. Perché i nostri antenati hanno tratto il meglio per loro e per le loro famiglie, rimboccandosi le maniche e facendo quel che c’era da fare sapendo di non poter contare su nessuno che gli coprisse le spalle. Noi invece siamo cresciuti con loro che ci coprivano le spalle, senza mai avere l’ansia o la fretta di vedere e capire il cambiamento che avveniva e continua ad avvenire quindi, Zalone docet, posto fisso is the way!

Provate a pensare solo per un secondo ad un’Italia dove una persona viene assunta, lavora qualche mese e poi dice: ma, sai cosa? il lavoro/l’ambiente/le prospettive non mi convincono. Cerco altro. Se tutti facessero così invece che arrivare ad ogni domenica sera annientati dall’ansia saremmo felici di andare nel posto di lavoro che ci siamo scelti, o positivi nel vedere una nuova settimana in cui, da disoccupati, possiamo andare a cercare un lavoro che ci piaccia, o qualcosa che ci faccia arrivare a fine mese ma solo temporaneamente, dato che il mercato sarebbe così liquido da far spuntare offerte come i funghi.

Parlo così perché vivendo in Canada ho respirato quest’aria di “I can do anything” ed è uno spettacolo. Ovviamente so che non dipende solo da noi ma da tanti altri fattori, oggi mi andava di condividere questa mia visione.

Io ho un contratto determinato che mi scade fra due mesi e mi sento felice e anche fortunato, perché so dove voglio arrivare e so che il passo più difficile è il primo. Se avessi  un contratto indeterminato temo che mi siederei sugli allori e procrastinerei questa scelta per molto, troppo tempo.

Quindi, invece che posto fisso is the way, pepe al culo is the way!

Pepe al culo is the way

 

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